Le iniziative statunitensi riguardo al programma nucleare iraniano sembrano essere un chiaro indicatore della volontà di aumentare progressivamente la pressione diplomatica e militare su Teheran.
Il Congresso ha approvato una risoluzione che Barack Obama potrebbe sfruttare per imporre sanzioni nazionali contro le aziende straniere che riforniscono l’Iran di benzina. Per un paese che soffre la storica carenza di raffinerie, e quindi fortemente legato all’importazione di idrocarburi già lavorati, sarebbe dunque estremamente pericoloso mantenere un atteggiamento di aperta ostilità durante i negoziati. La decisione del Pentagono di dislocare nell’area del Golfo Persico unità Aegis, dotate di radar e missili intercettori in grado di distruggere missili a corto e medio raggio, sembra essere inoltre un ulteriore monito al governo di Teheran. Creare uno scudo radar nella zona dello Stretto di Hormuz significa togliere la possibilità al regime iraniano di minacciare un attacco missilistico contro Israele, contro le basi statunitensi nella regione o contro i paesi del Golfo ostili al paese degli ayatollah. L’ iniziativa della Casa Bianca dovrebbe limitare le opzioni iraniane nel caso di ulteriori difficoltà sul fronte negoziale: senza la possibilità di minacciare attacchi missilistici contro i paesi della regione, il regime di Teheran sembra aver perso un’importante strumento di propaganda per mettere in difficoltà i negoziatori internazionali. Gli Stati Uniti, dopo aver firmato con Qatar, Kuwait, Bahrein e Emirati Arabi Uniti accordi per il dislocamento delle unità navali nella regione, forniranno inoltre missili Patriot alle Forze Armate kuwaitiane impegnate nel rinnovamento delle proprie batterie missilistiche e incrementeranno il numero degli effettivi in Arabia Saudita. Sebbene sia difficile poter prevedere ora un successo o un fallimento della nuova tattica statunitense rispetto a questioni che si trascinano ormai da tempo, e che paiono essere ancora lontane da una conclusione minimamente condivisa, il cambiamento d’approccio alle stesse potrebbe rivelarsi un utile diversivo in sede diplomatica. Difficilmente gli Stati Uniti potranno tenere a lungo una postura così rigida, e per certi versi sfrontata, in una regione caratterizzata da un’estrema fluidità in termini di strategie politiche e diplomatiche. La Casa Bianca ha lanciato però un segnale forte alla leadership iraniana, mostrando l’altra faccia del pragmatismo di stampo obamiano: nessuno può escludere che, dopo numerosi negoziati e a fronte di un atteggiamento poco collaborativo da parte di Teheran, l’opzione di un intervento militare resti l’unica possibilità per chiudere la questione del programma nucleare iraniano.