Economia

Perché la regolamentazione dei derivati non può funzionare

07 Mar 2010 | BY DANIEL SUTTER     

Malgrado la severità della crisi finanziaria globale, vi sono molti analisti che preferirebbero lasciare alle dinamiche del libero mercato la risoluzione della crisi e la prevenzione di situazioni simili in futuro.

“Wall Street si è ubriacata”, disse il Presidente George Bush; perché non farle passare la sbornia? Considerando il fatto che nessun investitore razionale opera col fine di perdere denaro, le persone potrebbero aver avuto bisogno di imparare la lezione – purtroppo, nel modo peggiore.  Ciò che dobbiamo chiederci è se vale davvero la pena di prendere questo rischio. Il celebre economista Merton Miller disse: “Le imprese continueranno a perdere denaro sulla base di giudizi errati e di contratti derivati sbagliati; del resto come hanno sempre fatto con contratti riguardanti asset ordinari come le azioni ed il mercato immobiliare”. Creare un sistema regolatorio  ad hoc per gli strumenti derivati andrà solamente a ridurre i beneficio sociali, tra i quali figura la maggiore disponibilità di fondi dedicati al prestito per gli investitori, capace di migliore l’efficienza economica aggregata. In altri termini, una regolamentazione draconiana sarebbe inutile, tenendo presente che nella finanza vi è sempre e comunque un tasso di rischio intrinseco. La regolamentazione potrebbe inoltre impedire alle imprese di diversificare il rischio nella maniera più appropriata. Vi sono regole specifiche che possono essere seguite per mitigare il rischio usando i derivati, ma esse dipendono dalla stabilità dell’asset sottostante (ad esempio il grado di affidabilità di chi prende in prestito denaro). Ciò sposta il pendolo dell’onere della crisi globale dai derivati alle politiche del credito troppo accomodanti. Tuttavia, qualora il default si concretizzasse “avrebbe lo stesso impatto sui derivati e sugli altri strumenti finanziari. Se il prezzo dell’asset sottostante cresce, posizioni di lungo termine guadagneranno, mentre ci perderanno le posizioni di breve. Dato che i contratti derivati sono titoli a offerta netta nulla, i profitti eguaglierebbero le perdite”   (Hntschel, Ludger & Smith, Clifford Risks in Derivatives Markets: Implications for the Insurance Industry, The Journal of Risk and Insurance, 1997, Vol. 64, No. 2 p. 339). Questo starebbe ad indicare che la possibilità di un rischio sistemico non è elevata, poiché una perdita a livello aggregato non è possibile; pensiamo a quando John Paulson fu in grado di generare un profitto di 20 miliardi di dollari scommettendo sul fatto che i prezzi degli immobili non sarebbero aumentati. Infine, strutture regolatorie non sono in grado di offrire un’ unica soluzione efficiente. Perseguendo il proprio interesse personale, molti regolatori potrebbero imporre costi burocratici, limitando così il profitto e l’efficienza dei mercati finanziari – azzerando i benefici sociali. Parimenti, come è dato vedere in ogni arena politica, gli interessi dei gruppi di minoranza avranno sempre una determinata influenza. All’interno di una struttura regolatoria è molto probabile che permanga la ricerca del profitto personale, mettendo così il benessere della collettività in secondo piano.  Ogni individuo che non crede nella capacità umana di imparare dai propri errori, cadendo vittima dell’avidità ancora una volta, ribatterà che non regolamentare i derivati porterà ad altre crisi finanziarie. Questo individuo deve sapere che i regolatori non sono comunque dotati del dono dell’infallibilità. Gli investitori potranno certamente ignorare il buon senso per un profitto maggiore, ma i singoli individui possono in ogni caso usare questa informazione per proteggere i propri interessi. Questo grado di trasparenza potrà mai esistere all’interno di un apparato statale?

 

 

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